I soggetti di questa raccolta sono fabbriche, infrastrutture, abitazioni, cascine: luoghi in cui è venuta meno la cura umana. In origine nati dalla convinzione che l’uomo possa dare forma allo spazio, assegnargli una funzione e conservarne l’ordine nel tempo. Sono la forma concreta di questa volontà: progettare, misurare, produrre, conservare. C’è in questo qualcosa dello spirito illuminista — la fiducia nella ragione e nella tecnica come strumenti per comprendere il mondo e ricondurlo a un disegno.
Quando la presenza umana viene meno, quel disegno perde consistenza. Il tempo non occupa semplicemente lo spazio lasciato libero: lo ridisegna. Acqua, vegetazione, umidità, ossidazione, luce e gravità agiscono senza progetto e senza memoria. Ai nostri occhi, il processo assume la forma di una creatura che divora ciò che restava leggibile, indifferente alle distinzioni, per noi essenziali, tra la materia e la memoria, un oggetto e la sua storia, uno spazio e la funzione che gli avevamo assegnato.
Romanticismo privato della nostalgia, come riconoscimento di un mondo che eccede la volontà umana. Il muro torna superficie, il ferro si fa ossido, il pavimento terreno su cui qualcosa può crescere di nuovo. Non emerge un semplice disordine, ma un’altra coerenza: quella di processi naturali che seguono regole proprie e che, dal nostro punto di vista, assumono l’aspetto del caos.
Fotografo questi luoghi senza nostalgia, nel momento in cui la funzione originaria è ancora leggibile nella materia, poco prima che quel legame diventi definitivamente illeggibile.
Entropia esprime questa tensione: tra progetto e tempo, controllo e irreversibilità, memoria e indifferenza. La rovina non è la fine del processo, ma uno dei suoi stati: il punto in cui l’opera dell’uomo smette di essere il centro e torna a far parte della trasformazione del mondo.
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